All’inizio doveva essere soltanto un’indagine, una di quelle che scorrono tra carte, interrogatori e verifiche tecniche. Invece, la perquisizione nell’abitazione di Andriy Yermak, collaboratore di massimo livello del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ha aperto una crepa politica difficile da ignorare. L’inchiesta su presunte tangenti legate al settore dell’energia nucleare, un giro d’affari stimato intorno ai 100 milioni di euro, ha innescato una serie di eventi che oggi ridisegnano gli equilibri del potere a Kiev.
Dimissioni pesanti e clima di tensione
Le dimissioni del consigliere presidenziale sono arrivate rapidamente, quasi a voler evitare ulteriori ombre sulla leadership del Paese. Zelensky, pur riconoscendo il ruolo centrale di Yermak e il contributo offerto negli anni più complessi della guerra, ha ribadito un principio chiaro: la difesa dell’Ucraina non può essere oscurata da alcuna distrazione. Un messaggio netto, rivolto tanto all’opinione pubblica quanto alla comunità internazionale che sostiene Kiev.
L’inchiesta sulle tangenti nell’energia
Nei giorni precedenti, gli investigatori avevano già effettuato perquisizioni nell’ufficio e nella residenza del consigliere, alla ricerca di elementi utili all’indagine su un sistema di tangenti che avrebbe coinvolto figure vicine all’amministrazione. Secondo gli inquirenti, almeno uno dei protagonisti dello scandalo sarebbe fuggito all’estero, alimentando ulteriormente le tensioni. Yermak, dal canto suo, ha sottolineato la piena collaborazione, dichiarando pubblicamente che gli investigatori hanno avuto accesso totale a tutti i locali e alla documentazione richiesta.
Il cambio alla guida della delegazione ucraina
La brusca interruzione del ruolo di Yermak ha costretto la presidenza ucraina a riorganizzare rapidamente la delegazione incaricata dei colloqui internazionali. Sarà Rustem Umerov, ex ministro della Difesa e oggi segretario del Consiglio per la Sicurezza Nazionale e la Difesa, a rappresentare l’Ucraina nei negoziati negli Stati Uniti. Una scelta resa ufficiale con decreto e che conferma la volontà di mantenere una continuità diplomatica nonostante lo scossone politico. Confermata anche la presenza del capo dell’intelligence militare, Kirylo Budanov, figura chiave nei rapporti strategici con gli alleati.
La reazione di Yermak, tra amarezza e auto-difesa
In un’intervista al New York Post, Yermak si è mostrato visibilmente provato. Ha annunciato l’intenzione di recarsi volontariamente al fronte, definendosi una persona “onesta e perbene” e lamentando la mancanza di sostegno da parte di chi – a suo dire – conosce bene i fatti. Il sentimento prevalente, racconta, è quello del disgusto verso accuse che ritiene infondate e verso l’assenza di tutela nonostante la sua presenza costante a Kiev fin dal 24 febbraio 2022.
Le trattative internazionali e un viaggio mancato
Secondo diverse fonti, Yermak avrebbe dovuto partire per gli Stati Uniti per partecipare ai negoziati su un possibile piano di pace. Il portale Axios riferisce che l’incontro previsto a Miami avrebbe coinvolto membri della squadra dell’allora presidente statunitense Donald Trump, tra cui Jared Kushner e l’inviato speciale Steve Witkoff. L’obiettivo era definire la posizione ucraina prima di un eventuale passaggio della delegazione americana a Mosca per un confronto diretto con Vladimir Putin. Le dimissioni hanno però congelato tutto, aprendo un nuovo scenario diplomatico.
La reazione del Cremlino
Dalla Russia non è mancata una lettura politica dello scandalo. Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha sostenuto che la corruzione in Ucraina sarebbe legata ai fondi forniti dagli alleati occidentali per sostenere lo sforzo bellico. Una dichiarazione in linea con la narrativa russa sulla governance di Kiev, rilanciata prontamente dai media di Mosca e destinata a influenzare il dibattito internazionale.
29 Novembre 2025
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