Per settimane si è discusso di nuovi “piani di pace”, soprattutto dopo le parole del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Ma dietro il linguaggio diplomatico riaffiora un rischio evidente: immaginare una pace costruita da altri, lontano dal Paese invaso. Una pace decisa in terza persona, senza ascoltare davvero chi subisce la guerra.
Una pace “responsabile” secondo Mosca
Le dichiarazioni di Peskov insistono sul fatto che Kiev debba “prendere una decisione responsabile” e che debba “farlo ora”. Un messaggio che suggerisce una cosa molto semplice: accettare il negoziato mentre si perdono territori.
Questa pressione diplomatica mascherata da invito alla responsabilità considera la forza militare come elemento legittimo di trattativa. Mosca afferma di voler negoziare, ma evita accuratamente qualunque confronto pubblico, soprattutto riguardo ai presunti piani statunitensi.
Il rischio di un negoziato in terza persona
È qui che emerge un problema profondo. Una parte della comunità internazionale continua a ragionare come se la pace potesse essere definita da Russia e Stati Uniti, relegando l’Ucraina al ruolo di spettatrice.
Una dinamica pericolosa, quasi una riproposizione di vecchie logiche di potere: due figure dominanti che decidono il destino della vittima senza permetterle di parlare.
Ma l’Ucraina non è un oggetto: è il soggetto colpito.
L’Ucraina è un soggetto, non un oggetto
Una vera pace non può nascere ignorando chi subisce l’aggressione. Escludere Kiev significa negare la realtà dell’invasione e trattare il conflitto come un semplice gioco geopolitico.
È fondamentale ribadire ciò che spesso viene dimenticato: chi è stato aggredito deve essere protagonista del processo di pace.
Una pace imposta dall’esterno sarebbe una tregua fragile, non una soluzione duratura.
La diplomazia non è una scorciatoia
La voglia di porre fine al conflitto è naturale, ma non deve trasformarsi in un accordo costruito “a porte chiuse”. La diplomazia non può diventare un sistema dove pochi decidono e gli altri subiscono.
Il ruolo degli alleati occidentali è importante, ma non può sostituire la volontà del Paese invaso.
Come ricorda implicitamente lo stesso Cremlino quando parla di “modalità megafono”, la discrezione è utile, ma non quando diventa opacità totale.
La pace è un percorso, non un diktat
Una pace credibile deve riconoscere i diritti violati e offrire sicurezza a chi è stato attaccato. Non basta firmare un documento. Serve un impegno condiviso, monitorato e trasparente.
E soprattutto serve un principio fondamentale: non è pace se chi ha iniziato la guerra impone le condizioni.
La pace non è un premio per chi invade, ma una costruzione collettiva.
Conclusione, la dignità prima di tutto
Una pace decisa altrove non sarebbe una pace: sarebbe un compromesso imposto.
Il mondo può facilitare, mediare, sostenere. Ma il destino dell’Ucraina non può essere scritto da altri.
Se davvero si vuole costruire un futuro stabile, bisogna partire da chi la guerra la vive, non da chi la osserva da lontano.
La pace non nasce tra due potenze che negoziano il destino di una vittima, nasce dal riconoscimento della sua dignità.
21 Novembre 2025
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